NEL 150° ANNIVERSARIO DELLA MORTE
DEL PRINCIPE FRANCESCO PAOLO GRAVINA

"Un personaggio come Francesco Paolo Gravina merita molto", ci ha detto Francesco Paolo Sausa di S. Nicola, presidente dell’Associazione ‘Amici del Principe,"qualsiasi cosa facciamo per lui è sempre poca cosa. Ha lasciato una impronta enorme nel campo delle politiche sociali, dell’evangelizzazione e in quello della promozione umana.
Per portare avanti questo disegno divino, di cui lui è stato il principale strumento, ha messo a disposizione innanzitutto il suo cuore, i suoi sentimenti, il suo animo, la sua nobiltà e tutto il suo patrimonio che è stato lasciato interamente agli ultimi.
Il messaggio che promana da Francesco Paolo Gravina, io credo, non possa essere riscontrabile in altri laici."
"Il Principe", gli fa eco Madre Ausilia Bulone, attuale Superiora Generale della Congregazione delle Suore di Carità del Principe di Palagonia,"era un uomo dalla robustezza morale grandissima, retto, capace di grandi cose ma soprattutto umile.
Ha saputo mettersi allo stesso livello dei poveri, nonostante abbia avuto la fortuna di essere ricco, divenendo così ultimo fra gli ultimi; così facendo ha imitato Gesù Cristo che volle essere povero per darci un esempio".
"Quanto alle manifestazioni che abbiamo vissuto", ha aggiunto il presidente del Sodalizio, " sono stati momenti molto forti che hanno testimoniato innanzitutto il coinvolgimento di molte municipalità siciliane e di tutte le Istituzioni, nessuna esclusa, al di là di ogni colore politico. Man mano che la gente scopre la validità del messaggio cristiano del principe di Palagonia diventa automaticamente amico suo; ed io, che sono stato umilmente l’iniziatore di questo lungo percorso iniziato tredici anni fa, che lo ha portato ad essere Servo di Dio e, oggi, Venerabile è per me un momento di grande gratificazione".
Primo laico a fondare una congregazione religiosa in un momento storico per Palermo in cui (secondo una ‘relatio ad limina’ del Cardinale Ferdinando M. Pignatelli, risalente al 1845), nel solo capoluogo siciliano si annoveravano 24 monasteri, 6 collegi di Maria 11 conservatori e 9 reclusori, il Principe di Palagonia ebbe per questa sua ‘creatura’ tutte le attenzioni possibili e immaginabili che possa avere un buon padre di famiglia per la sua figlia prediletta: ne è prova il fatto che nel suo Testamento mistico Francesco Paolo Gravina ha inserito una lunga serie di disposizioni affinché alla congregazione non venisse mai a mancare il sostentamento economico.

Ma come nasce la Congregazione delle Suore della Carità del Principe di Palagonia?

Correva l’anno 1835, il principe di Palagonia aveva da poco dato vita al Deposito di Mendicità, un luogo in cui gli ‘ultimi’possono trovare un riparo, un pasto caldo, vestiti puliti, un letto dove dormine, una parola di conforto e imparare un lavoro; a dargli una mano in questa grande opera di apostolato al servizio dei più poveri ci pensano alcune pie e nobili donne che, gratuitamente e volontariamente, offrono la loro opera quotidiana.
Tra il ’35 e il ’37 un gruppo di loro chiede di dedicarsi in maniera stabile a quest’opera di beneficenza e di assistenza e decidono di chiamarsi Suore di Carità di Vincenzo de’ Paoli.

Perché accorpare le future suore del principe Gravina alla congregazione fondata da San Vincenzo dei Paoli, e creata a Palermo, nel Settecento, dal sacerdote Niccolò Filippone? chiediamo a suor Teresa Falzone, autrice di un interessante e dettagliato studio sulle religiose del Principe di Palagonia.

"L’idea dell’Arcivescovo Pignatelli non era quella di dare origine a una nuova fondazione, ma di farne, come si legge in una lettera datata 1845 dello stesso presule, ‘una promanazione delle Recluse del Ritiro del Filippone". "Il principe volendo istituire suore di carità per i poveri ricoverati nelle sue due case si modellò sulle Figlie della Carità di San Vincenzo, ma non del tutto, bensì secondo il modello semiclaustrale dei conservatori o dei reclusori, modello che in Sicilia aveva una tipica connotazione nei Collegi di Maria.
Ne uscì una forma di vita religiosa poco definita e, soprattutto, già in partenza con molti punti deboli".
"Il Principe", ha concluso la religiosa, "da laico e inesperto in campo di vita religiosa, non aveva gli elementi per gettare le basi della Congregazione, in vista di una possibile autonomia religiosa. Le suore del Palagonia, per la disciplina e la capacità di gestione personale, erano considerate alla stregua delle donne religiose operanti nei reclusori, mentre nella mentalità comune esse continuavano ad essere viste come legate alle due case". In poco meno di dieci anni, dal 1837 al 1847, la Congregazione, che nel frattempo si è dotata di una Regola ed è stata riconosciuta istituto di diritto diocesano dal cardinale Pignatelli, opera già presso l’Albergo delle Povere, il Deposito di Mendicità e una villa a Tommaso Natale nella quale vengono ospitate ragazze ammalate, povere e senza istruzione provenienti dai villaggi vicini.
A questo punto non ci è dato conoscere il momento in cui le suore del Palagonia si distaccano dalle Figlie della Carità del Filippone; sappiamo per certo però che assumono una loro natura ben definita sancita da una prima Regola datata 1843 e successivamente modificata nel 1886.
Le religiose si dotano anche di un rappresentante dell’Arcivescovo, il cosiddetto Deputato ecclesiastico, vero superiore della comunità delle suore; tra le figure più importanti che si sono succedute alla guida della congregazione ricorderemo qui Salvatore Calcara, canonico della Cattedrale di Palermo, primo Deputato ecclesiastico, successivamente monsignor Francesco Bagnara, il cardinale Salvatore Di Bartolo e, nei primi anni del Novecento, il sacerdote Nunzio Russo, che fu il primo a riscrivere in parte la Regola della Congregazione in un momento in cui la stessa attraversa un lungo periodo (durato dal 1854 fino al 1949) caratterizzato da condizionamenti ed ombre.
Il 1949 è l’anno in cui comincia la rinascita della Congregazione grazie al forte impulso dato da Madre Beatrice Catti che a buon diritto può tranquillamente definirsi come la "rifondatrice" dell’ordine. "Madre Beatrice "ci ha spiegato Madre Ausilia Bulone "ha lasciato un’eredità veramente intramontabile. Stiamo realizzando una biografia su di lei per dare anche a noi consorelle e alle altre consacrate un messaggio di coraggio e di speranza". Madre Beatrice si preoccupò di "ridare vita ad una moribonda e vigore per la nuova vita", ci racconta suor Teresa Falzone"occorreva ridare respiro di vita alle suore, liberare la Congregazione dalla morsa delle strettoie che ne impedivano lo sviluppo, renderla soprattutto indipendente dalle amministrazioni dell’Albergo delle Povere e del Malaspina. Fu questo il programma che Madre Catti si propose all’atto della sua elezione a superiora generale". I risultati non tardarono ad arrivare: nel 1950
diede inizio alla pratica per la trasformazione del patrimonio donato dal principe alle suore in modo tale da rendere autonoma e capace di amministrarsi da sé la Congregazione; nel 1953 le Suore della Carità diventano istituto di diritto pontificio; nel 1954 vengono approvate nuove costituzioni; nel 1958 viene riconosciuta loro personalità giuridica; nel 1961 viene celebrato il primo Capitolo generale. Oggi la Congregazione conta undici case, compresa quella recentemente aperta in Romania.
Qual è il futuro della Congregazione, chiediamo a suor Teresa Falzone:
"Lo sviluppo che oggi caratterizza la loro attualità è indice della vitalità dell’istituto, come lo è anche la riproposta del Palagonia a modello di vita santa, giustamente proponibile soprattutto ai laici associati". "La loro particolare storia", ha proseguito la religiosa, "le porterà ad altri sviluppi,. quale ad esempio, lo studio della loro spiritualità, che allo stato attuale sembra poco definita: questa non può escludere lo spirito vincenziano, ma deve pur cercare di individuare una linea più specifica, a partire anche dall’esperienza del principe". "Alla luce di ciò", ha aggiunto suor Teresa Falzone, "anche la figura del canonico Calcara deve essere vista con un’ottica di particolare attenzione, tanto più che questi era amico e consigliere del Principe. Infine, c’è da studiare la figura di Madre Beatrice Catti con la sua idea propriamente religiosa".
"Un particolare ringraziamento", ha concluso suor Teresa, "desidero rivolgerlo al professore Umberto Castagna, perito storico della causa di beatificazione del Servo di Dio, per il suo qualificato impegno nella ricerca scientifica dello studio del personaggio". "Il futuro", le fa eco madre Ausilia Bulone, "è quello di rinnovarci nello spirito e di rinnovare soprattutto la nostra missionarietà, aprire il nostro cuore alla speranza e soprattutto rinnovarci a livello di nuove leve che continueranno l’opera del nostro fondatore."
"Il futuro della nostra Congregazione", ha concluso madre Ausilia, " è senz’altro quello di tornare alla fonte che ci indica il cammino percorso da Francesco Paolo Gravina con intraprendenza e costanza".

Fabrizio Mocciaro in Informacaritas Palermo Aprile 2004